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I terrazzi d'erosione nel bacino del Metauro

Il terrazzo del primo ordine di M. Proverso

I terrazzi con deposito nel bacino del Metauro


Sono i terrazzi con deposito sono quelli più noti e meglio evidenti; risalgono alla fase evolutiva più recente (Pleistocene medio pro parte-Pleistocene superiore-Olocene) del Bacino del Metauro. Comprendono i "quattro ordini di terrazzi" noti da lungo tempo dalla letteratura scientifica e dalla cartografia geologica: questa suddivisione è tuttavia obsoleta e da rivedere e aggiornare, in particolare per quanto concerne l'insieme dei terrazzi minori, che comprendono "4° ordine" (Olocene) della suddivisione tradizionale.

Escludendo il "4° ordine" della letteratura scientifica tradizionale, nel Bacino del Metauro sono comunque riconoscibili quattro eventi (ordini) principali di terrazzamento. Infatti, i depositi terrazzati classicamente ascritti al 1° ordine sono in realtà da riferirsi a due maggiori eventi di terrazzamento, sdoppiando quindi il "1° ordine" in due eventi maggiori ai quali succedono il 3° e 2° ordine "classici".

A prescindere dal grado di preservazione, le caratteristiche (tipologia, morfologia, litologia, spessori, sedimentologia) e la genesi dei terrazzi principali di cui sopra (3° e 2° ordine "classici" più due eventi da riferirsi al 1° ordine "classico") presentano similitudini tali da evidenziare una netta ripetitività degli eventi che hanno prodotto i terrazzi stessi.

I terrazzi delle aste fluviali principali (Metauro e Candigliano) sono convergenti verso valle. Infatti, i gradini che separano un dato ordine (o meglio un livello dei terrazzi dal successivo), così come le altezze relative di ciascun livello sul fondovalle tendono ad attenuarsi verso valle. Ad esempio, i terrazzi del 1° ordine superiore (T1a), nei dintorni di S. Angelo in Vado raggiungono i 200 m circa, a M. Giove e colle Ardizio si trovano a circa 120 m sull'attuale letto fluviale. I gradini fra i diversi ordini quindi tendono ad annullarsi verso costa e il punto di convergenza definitiva è stimato trovarsi da 3 a 10 km al largo dell'attuale linea di riva, con distanze leggermente variabili da un ordine all'altro.

Lo spessore del deposito varia mediamente da zero (forme erosive) a 35-40 m, con massimi >50 m verso le aree di foce e limitatamente alle alluvioni del Pleistocene superiore-Olocene. Le forme a base piatta prevalgono verso monte, dove sono abbondanti o, talora, esclusivi i terrazzi d'erosione. Man mano che si procede verso valle, la superficie d'appoggio dei depositi alluvionali diventa più irregolare, con rilievi e alvei sepolti sempre più accentuati, che nel medio bacino del Metauro raggiungono i 25-30 m di profondità rispetto alla superficie del terrazzo, per scendere nelle aree di foce a quote di 40-50 m sotto il livello marino attuale. La superficie d'appoggio delle ghiaie, estremamente irregolare nei tratti inferiori e intermedi delle aste fluviali principali, denota che al momento della deposizione i corsi d'acqua erano ben lontani da condizioni di stabilità (equilibrio), ma stavano attivamente approfondendo il solco vallivo. I cambiamenti climatici che hanno prodotto l'accumulo delle alluvioni (aggradazione) nel bacino del Metauro-Candigliano, sono stati quindi talmente intensi da mutare il comportamento spiccatamente erosivo dei corsi d'acqua verso il comportamento diametralmente opposto di accumulo, producendo coltri alluvionali di spessore anche >40 m. Nelle aree più interne questa tendenza è stata apparentemente più attenuata. Le basi di appoggio piatte testimoniano infatti una stabilità verticale dei canali, con tendenza all'ampliamento del fondovalle prodotto dalla migrazione dell'alveo da un versante vallivo all'altro (erosione laterale attiva, erosione verticale non significativa). I cambiamenti climatici qui hanno perciò "semplicemente" alterato delle condizioni di sostanziale equilibrio conducendo i corsi d'acqua alla aggradazione di coltri alluvionali di spessore generalmente non eccedente i 15-20 m.

I depositi che costituiscono i corpi dei terrazzi sono per lo più alluvioni di natura ghiaiosa. In certi casi la litologia prevalente può essere sabbiosa o sabbioso-limoso-argillosa: questo solitamente avviene in certi terrazzi di tributari minori i cui bacini di drenaggio sono costituiti da terreni prevalentemente argilloso-marnoso-sabbiosi. In ogni caso intercalazioni fini, pur rimanendo quantitativamente subordinate, si associano quasi ovunque alle ghiaie alluvionali e caratterizzano molto spesso la sommità dei terrazzi o, in certi luoghi, gli intervalli basali. Nelle aree pedemontane o allo sbocco di affluenti minori nelle valli principali si trovano molto spesso resti più o meno preservati di antichi apparati di conoide alluvionale o di serie di conoidi coalescenti. Solo localmente è possibile rinvenire occasionali orizzonti detritici provenienti dai versanti e non rielaborati dall'azione fluviale.

I terrazzi con deposito sono suddivisibili in quattro ordini principali, che possiamo indicare con le sigle T3, T2, T1b, T1a, tutti attribuibili al Pleistocene; a questi si unisce tutta una serie di terrazzi minori olocenici, i più recenti dei quali sono spesso in modo impreciso attribuiti a un 4° ordine. L'età di alcuni T3 della media valle del Metauro è stata valutata ricorrendo al radiocarbonio; purtroppo i pochi campioni sin qui datati hanno fornito età superiori al limite di risoluzione del metodo (età >41.000-44.000 anni). Confronti e correlazioni con i bacini contigui del Foglia e del Cesano e con altri bacini dell'Appennino marchigiano-romagnolo, permettono comunque di inquadrare le età delle alluvioni nell'ultimo glaciale (il "classico" Würm del Modello alpino, Weichsel dell'Europa centro-settentrionale), con inizio dell'aggradazione non risolvibile col radiocarbonio (50-55.000 anni ?) e numerose date comprese fra 42-43.000 e circa 30.000 anni. Quest'ultima età non si riferisce comunque alla sommità dei depositi, ma alla porzione inferiore e intermedia, ove è facile reperire resti lignei atti alla datazione. Pertanto, nel bacino del Metauro, come in quelli adiacenti, l'aggradazione è certamente proseguita oltre questo limite, in parte con depositi francamente fluviali lungo le aste vallive principali e in parte con importanti fasi alluvionali nelle fasce pedemontane e a carico dei tributari minori (apparati deposizionali "pedemontani", come quello di Cagli-Acquaviva e conoidi alluvionali). Il T3 è quindi attribuibile nel suo insieme al termine del Pleistocene superiore. Il T2 è invece attribuibile al precedente glaciale (del Pleistocene medio finale, intorno ai 150-200.000 anni); i T1 a e b, possono essere riferiti, per analogia, a due precedenti fasi glaciali principali databili a un Pleistocene medio non meglio definito. I terrazzi minori dell'Olocene (da 10.000 anni fa ad oggi), hanno età svariate, che coprono pressochè l'intero Olocene; anche la loro genesi è da attribuire a cause diverse, quali oscillazioni climatiche minori, autoregolazione dei corsi d'acqua, fattori locali, azione antropica.


Dettaglio scheda
  • Data di redazione: 01.01.1999
    Ultima modifica: 09.10.2004

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